ITA
L'opera "AUTOCONTROLLO" si staglia nel panorama artistico contemporaneo come un grido silente e al contempo fragoroso, un'invocazione all'interazione che travalica i confini della mera fruizione estetica per approdare a una dimensione catartica e terapeutica. L'artista, con una perspicacia che sconfina nella provocazione, disvela un autovelox, simbolo ubiquo e spesso inviso della burocrazia e del controllo coercitivo, non già come feticcio da adorare o simulacro da contemplare, bensì come materia prima, "blocco di marmo" contemporaneo, plasmabile dalle mani, o meglio, dalla rabbia del pubblico.
La messa in scena è essenziale: una cabina per autovelox immacolata al centro di uno spazio neutro, affiancata da una mazza da carpentiere. Questa giustapposizione non è casuale, ma è la miccia che innesca la "performance" insita nell'opera. Il visitatore, invitato a impugnare lo strumento di demolizione, non è più mero spettatore passivo, ma diviene co-creatore, scultore di un'opera che prende forma e sostanza attraverso la liberazione di emozioni represse. La scultura, da oggetto statico, si trasforma in un processo dinamico, un "lavoro in corso" che riflette l'agitazione interiore del collettivo. E qui, l'acuta ironia si svela: proprio come gli autovelox spesso fioriscono nei pressi di cantieri, dove il "lavoro in corso" è la norma, così la performance dell'opera stessa è un perpetuo divenire, un cantiere emotivo aperto.
Il fulcro concettuale di "AUTOCONTROLLO" risiede nella sua funzione sociale e terapeutica. In un'epoca in cui il cittadino si trova sovente disarmato di fronte a politiche percepite come ingiuste o puramente fiscali – i limiti di velocità, spesso argomentabilmente più volti a rimpinguare le casse statali che a garantire la sicurezza stradale – l'opera offre una valvola di sfogo tangibile. La rabbia, la frustrazione accumulata nei confronti di un sistema impersonale e talvolta opprimente, trovano qui un bersaglio fisico, un simulacro su cui riversare il proprio malcontento. Il gesto fisico del percuotere, del distruggere, non è un atto di vandalismo fine a sé stesso, ma una ritualità liberatoria che permette di rilasciare lo stress, di riappropriarsi di una forma di controllo sul proprio vissuto emotivo.
La partecipazione del pubblico non è un optional, ma la linfa vitale dell'opera. È il pubblico che, attraverso la propria interazione, trasforma la scultura astratta iniziale – l'autovelox nella sua integrità – in un'opera informale, espressionista, un palinsesto di gesti e emozioni. Ogni colpo inferto, ogni ammaccatura, ogni frammento che si distacca, contribuisce a modellare una scultura che è specchio della collettività, una testimonianza visibile della rabbia repressa e della catarsi raggiunta. Non si tratta più della bellezza canonica di una forma predefinita, ma dell'eloquenza intrinseca della distruzione creativa, una metafora visiva della tensione tra ordine imposto e desiderio di liberazione.
"AUTOCONTROLLO" si erge così a manifesto di un'arte che non si limita a essere osservata, ma che esige di essere vissuta. È un'opera che, con lucida intelligenza e acuta sensibilità, invita a riflettere sul potere dell'espressione, sulla necessità di canali per la liberazione emotiva e sulla capacità dell'arte di farsi veicolo di un profondo messaggio sociale, trasformando la frustrazione individuale in una performance collettiva di liberazione e auto-consapevolezza.
ENG
The work "AUTOCONTROLLO" stands out in the contemporary art scene as a silent yet thunderous cry, a call for interaction that transcends the confines of mere aesthetic enjoyment to reach a cathartic and therapeutic dimension. The artist, with a perspicacity bordering on provocation, unveils a speed camera, a ubiquitous and often unpopular symbol of bureaucracy and coercive control, not as a fetish to be worshipped or a simulacrum to be contemplated, but rather as raw material, a contemporary "block of marble," moldable by the hands, or rather, by the anger of the audience.
The staging is essential: a pristine speed camera booth in the center of a neutral space, flanked by a carpenter's sledgehammer. This juxtaposition is not accidental, but rather the spark that ignites the "performance" inherent in the work. The visitor, invited to grasp the instrument of demolition, is no longer a mere passive spectator, but becomes a co-creator, a sculptor of a work that takes shape and substance through the release of repressed emotions. The sculpture, from a static object, transforms into a dynamic process, a "work in progress" that reflects the collective's inner turmoil. And here, the sharp irony reveals itself: just as speed cameras often pop up near construction sites, where "work in progress" is the norm, so the performance of the work itself is a perpetual becoming, an ongoing emotional construction site.
The conceptual core of "AUTOCONTROLLO" lies in its social and therapeutic function. In an era in which citizens often find themselves helpless in the face of policies perceived as unjust or purely fiscal—speed limits, often arguably more aimed at filling state coffers than ensuring road safety—the work offers a tangible outlet. Anger and accumulated frustration with an impersonal and sometimes oppressive system find a physical target here, a simulacrum upon which to vent one's discontent. The physical act of hitting and destroying is not an act of vandalism for its own sake, but a liberating ritual that allows one to release stress and regain control over one's emotional experience.
Public participation is not optional, but the lifeblood of the work. It is the public who, through their interaction, transforms the initial abstract sculpture—the speed camera in its entirety—into an informal, expressionist work, a palimpsest of gestures and emotions. Every blow inflicted, every dent, every fragment that detaches contributes to shaping a sculpture that is a mirror of the community, a visible testimony to repressed rage and achieved catharsis. It is no longer the canonical beauty of a predefined form, but the intrinsic eloquence of creative destruction, a visual metaphor for the tension between imposed order and the desire for liberation.
"AUTOCONTROLLO" thus stands as a manifesto for an art that is not merely observed, but demands to be experienced. It is a work that, with lucid intelligence and acute sensitivity, invites reflection on the power of expression, the need for channels for emotional liberation, and art's ability to convey a profound social message, transforming individual frustration into a collective performance of liberation and self-awareness.