L’installazione trasforma un alimento primario in un ordigno silenzioso, immaginando un paesaggio in cui sopravvivenza e minaccia condividono la stessa forma.
Il lavoro si configura come un campo attraversabile composto da patate trasformate in ordigni silenziosi. Disseminate in un letto di cenere e detriti, le forme conservano l’aspetto di un alimento elementare ma hanno perso la loro funzione originaria. Realizzate attraverso processi di fusione e colata che incorporano materiali di scarto: polvere di marmo raccolta manualmente, frammenti lapidei, cenere, gesso, cemento, resina e bronzo. Le patate diventano oggetti sospesi tra nutrimento e reliquia, tra bene necessario e presenza minacciosa.
L’opera nasce da una riflessione sul rapporto tra maceria e sopravvivenza. La cenere e i detriti non costituiscono un semplice sfondo scenografico, ma il risultato di un evento già avvenuto, una trasformazione che ha lasciato dietro di sé tracce materiali e simboliche. Il visitatore non assiste alla catastrofe: ne incontra i resti. Ciò che rimane è un paesaggio silenzioso, apparentemente immobile, in cui il cibo emerge come residuo e come possibilità.
Associata all’alimentazione popolare e alla sopravvivenza nei periodi di crisi, la patata viene qui sottratta al consumo per trasformarsi in simulacro, oggetto contemplativo, reperto e merce. Ciò che dovrebbe sostenere la vita viene privato della sua funzione primaria e acquisisce un altro statuto: quello dell’oggetto. Le patate diventano presenze preziose e inutilizzabili allo stesso tempo, custodendo una tensione tra bisogno reale e valore simbolico.
Le forme mantengono inoltre un’ambiguità costante. Possono essere lette come alimenti, semi, corpi o mine. Questa oscillazione impedisce una lettura univoca e colloca il lavoro in una zona di incertezza. L’oggetto che potrebbe essere raccolto o conservato è anche ciò che segnala una minaccia. Il raccolto e il campo minato finiscono così per condividere la stessa immagine.
Alcune patate presenti nell’installazione sono reali e, durante il periodo espositivo, germogliano lentamente, introducendo un tempo biologico all’interno di un paesaggio composto prevalentemente da forme mineralizzate e immobili. Questi germogli non rappresentano una promessa di rinascita né una visione ottimistica del futuro, ma una persistenza: la dimostrazione che la vita continua a manifestarsi anche quando le condizioni sembrano negate. La crescita avviene accanto alle macerie, non al di fuori di esse.
L’installazione invita il pubblico ad attraversare il campo. Un piccolo segnale avverte della presenza delle mine, ma il pericolo rimane simulato. Nessuno camminerebbe realmente in un territorio minato, e proprio questa impossibilità genera una frizione. Il visitatore può concedersi il rischio perché sa di trovarsi in uno spazio protetto. L’opera mette così in evidenza la distanza che separa l’esperienza diretta della catastrofe dalla sua osservazione. Chi attraversa il campo occupa una posizione privilegiata: può guardare, interpretare e persino contemplare ciò che per altri costituisce una condizione reale.
In questa tensione tra prossimità e distanza, tra nutrimento e minaccia, tra scarto e valore, il campo diventa uno spazio ambiguo dove convivono tracce di distruzione e forme di sopravvivenza. Le patate-mine custodiscono simultaneamente la memoria di ciò che è accaduto e la possibilità che qualcosa continui a crescere. Non indicano una soluzione né una riconciliazione, ma mantengono aperta una soglia: quella in cui ciò che alimenta la vita e ciò che la espone alla perdita condividono la stessa forma.