Il progetto nasce dall'esigenza di interrogare l'immagine come superficie satura e restituirle la sua funzione sensibile, capace di evocare una relazione profonda e non spettacolare con lo sguardo. In un contesto visivo dominato dall'eccesso e dall'assuefazione, la fotografia diventa strumento per rendere percepibile ciò che normalmente rimane invisibile: soglie, tracce, presenze minime che abitano lo spazio senza imporsi. La ricerca si concentra sul concetto di confine, inteso non come linea fissa o limite geografico, ma come costruzione mentale e percettiva. La soglia emerge come spazio intermedio e instabile, luogo di attraversamento piuttosto che di separazione. Attraverso immagini essenziali, prive di enfasi narrativa, si esplorano i punti in cui interno ed esterno, visibile e invisibile, controllo e abbandono entrano in tensione. Nodi, intrecci, ombre e segni diventano elementi centrali della ricerca visiva: punti di accumulazione e resistenza che trasformano il confine in relazione.
L'immagine non descrive, ma suggerisce; non documenta, ma attiva una memoria corporea e percettiva nello spettatore. La fotografia si configura come un campo sensibile, dove la materia dello spazio e quella dell'esperienza si fondono, generando una percezione rallentata e stratificata.
La visione proposta è gentile e silenziosa, in contrasto con l'aggressività delle immagini contemporanee.
Ogni scatto si offre come una soglia da abitare, un'occasione di ascolto e sospensione, dove il confine perde la sua funzione di barriera e si rivela come uno spazio fluido, aperto all'indeterminato e alla trasformazione.
L'immagine assume così una funzione etica e percettiva: non impone significati, ma apre alla possibilità della relazione.
Lo sguardo è invitato a soffermarsi, a riconoscere una misura, a confrontarsi con ciò che resta ai margini, dove il paesaggio si fa esperienza e il tempo si dilata, lasciando emergere una dimensione intima e riflessiva. Una pratica che privilegia l'attesa. È silenziosa