L'opera SYNTHMA nasce nel contesto di indagine di risveglio vitale della materia assente, quella plastica , materia silenziosa che diventa protagonista e ribalta l'ordine del senso dei ruoli della realtà. Una ricerca sviluppata sul concetto di vuoto , del Das Ding, teorizzato dallo psicanalista J.Lacan. Quel buio che risucchia e descrive nelle trame dell'ignoto la vera essenza del pensiero umano, ovvero il sepolto, il sopito, l'indicibile che prende spazio ed emerge ruvido squarciando il mondo liscio delle apparenze.
Il sistema genera sonorità vitali plastiche ad attivazione sensibile , ottica e tattile. Il corpo installativo risponde all'interazione del visitatore creando un ambiente immersivo e interattivo di risposta immersiva sensoriale sonora.
L'opera è la chiusura di un percorso di indagine plastico durato 5 anni che ha attraversato diverse opere, culminando il processo nella grande realizzazione multidisciplinare del progetto SYNTHMA.
Il tempio dell'inconscio plastico di una ricerca ossessiva, di una pratica di risveglio della materia e del recupero dell'interruzione del suo stato vitale primordiale.
Nel ventre molle della materia traslucida, sintetica, viva pulsa SYNTHMA: un cuore di
plastica che non batte, ma ascolta. Una bestia quieta, un'intelligenza epidermica. Tocchi, e ti tocca. La carezza diventa comando, l'incontro si fa suono.
Σύνθημα: la parola d'ordine, il segnale cifrato. Ma qui non c'è nulla da ordinare, nessuna gerarchia del senso. Qui il gesto è il contatto, l'innesco. Tu entri, e lei si desta. Vibra. Ti restituisce ciò che sei: RUMORE. L'ambiente non è che pelle tesa, membrana condivisa. Non ti accoglie: ti ingloba. Tu sei l'intruso, l'inquinante. In un mondo dove la plastica infesta il vivente, qui è il vivente che infesta la plastica. E la plastica si vendica con grazia, con stile, con olfatto. Non si parla di protesi del reale. Qui il suono non si ascolta: si respira, si subisce, si indossa. SYNTHMA non interpreta, non rappresenta. Agisce.
Ogni gesto incide, ogni presenza si imprime: una eco opaca, un calore che resta. La materia non restituisce forma, ma intensità. Un tremore che persiste, un riflesso
che si torce nel contatto, un feedback viscerale che non
smette di rispondere. Qui si tocca, si annusa, si perde l'orientamento. L'opera non si guarda, ti guarda. E se non sei pronto a sporcarti di presenza, meglio restare fuori.