Micro (chip-chip) Explosion mette in scena la fragilità dell’Antropocene. La plastica fusa è carne viva ma è già scarto. I bossoli, svuotati, sono gusci inerti. I cardi secchi trattengono una bellezza che sta per polverizzarsi. I tubi PVC, fragili condotti bianchi, escono dalla tela come vene recise che tentano di riconnettersi. Ogni elemento è al limite della rottura. È un’ecologia precaria dove tecnologico, bellico e organico collassano insieme, tenuti da un equilibrio instabile di materia. È la fragilità del mondo post industrializzazione, è la fragilità della terra fatta di rocce e resistenza. Luogo di sotterranee contaminazioni infestanti e fili sottili del tessuto al limite della resa. Una sofferenza silenziosa del vento che non smette di soffiare e continua a farsi carico della vita anche tra le dure macerie della sofferenza e della distruzione. Valicando la tutela forse lì dove l'ambiente è universo di rottura, una costellazione sintetico-carnale in continua metamorfosi; infine una zona di rischio popolata da corpi ibridi danzanti affamati di terminazioni vitali, da strutture polimeriche aderenti e stratificate come pelle nuova di un tessuto inesplorato.