La morte del re
Olio su tela
Nell’ultimo delirio di José Arcadio Buendía — fondatore di Macondo in Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez — l’uomo legato al castagno perché avendo trovato il segreto di dio e della morte impazzì,
per passare il tempo e la follia, gioca ad immaginare una sequenza infinita di stanze identiche: stesso letto, stessa sedia, stesso luogo. Le attraversa una dopo l’altra come in una galleria di specchi, accompagnato dal fantasma di Prudencio Aguilar, che lui ha uccisso anni prima e con chi parla spesso. Un giorno resta intrappolato in una stanza intermedia che scambia per l’unica reale, e da lì non si risveglia più. Al suo funerale, una pioggia silenziosa di fiori gialli ricopre il villaggio.
John Cuevas isola questo passaggio e lo trasforma in un invito a riflettere in chiave moderna sui social media. La mente di José Arcadio diventa la nostra mente umana; le stanze infinite diventano i social. Corridoi senza porte in cui ci muoviamo tra immagini, like e opinioni altrui, prigionieri delle stesse ossessioni, degli stessi confronti, scambiando per realtà ciò che ne è solo il riflesso. La ripetizione del gesto — la notifica, lo scorrimento — si fa ciclo inarrestabile, una decadenza lenta che consuma tempo, relazioni e identità.
Come Macondo, rischiamo di dissolverci in un mondo che sembra vivo ma non lo è. Qui morte e libertà coincidono: l’unica uscita dal labirinto è smettere di crederlo reale?