Quest’opera si sviluppa come una complessa architettura circolare dove si consuma un cortocircuito visivo e concettuale: un’elica gigante nel suo eterno ruotare trascina in un vortice gli elementi circostanti. Il movimento ancestrale del cavallo con il fantino sbalzato oltre la sella, si scontra con la modernità meccanica della ruota. Al centro di questo moto, in netto contrasto con questo dinamismo, troviamo l’immobilismo silenzioso di due bambine che dall’interno dell’elica scrutano il vortice delle tecnologie e degli uomini che si susseguono in un tempo circolare.
Il lavoro nasce dal fascino per alcune immagini fotografiche degli anni venti e trenta che l’artista rielabora non per scopi documentari, ma per evocare il “rumore” di un tempo che si ripete nell’immobilità della natura. La stesura pittorica alterna zone di finitura a porzioni di “non finito”, lasciando intravedere la tela nuda, a sottolineare la fragilità della memoria.
Cancellando ogni logica cronologica, la pittura trasforma lo spazio in una dimensione di sospensione, svelando come il movimento stesso e l’idea stessa di progresso umano sia solo un illusione del tempo. I soggetti intrappolati nella materia e nel non detto del colore, diventano frammenti di un moto perpetuo che interroga nel silenzio, lo spaesamento del nostro esistere.