C’è un incendio nel cielo, ma non scalda la terra,
è un tramonto di sangue che cola sui pini,
mentre il Carso spalanca la bocca di guerra
e divora, nel buio, i suoi stessi destini.
Quella pietra è un altare di gelo e di fango,
dove l’uomo è caduto senza un lamento,
dove il vento riproduce un eterno sottango
tra le ossa che sferzano il muto tormento.
Un angelo nero, di roccia e di schianto,
protende le ali su un vuoto infinito,
non recita preci, non versa più pianto,
ma resta nel fumo, col cuore ferito.
Foiba Centoquarantanove, ferita mai chiusa,
sei l’ombra che morde il colore più vivo,
ogni tua macchia è una voce confusa,
di chi è stato strappato e reso un rinvio.
Ma il tuo pennello, che trema e che crea,
ha dato una forma a quel grido sepolto:
finché un artista ne incide l'idea,
nessun uomo caduto resterà senza volto.