La tela si fa notte, un fondo plumbeo e incerto, dove un albero contorto un labirinto mentale, si protende. Una forma d'ombra al ramo, un peso inerte appeso. Crisalide oscura che attende,
non si fende.
Non farfalla,
non bozzolo,
ma fardello di domani, Un guscio ribolle, appeso al confine della coscienza.
Il rosso fumantino dietro, fiamma senza calore, Bagliore di inferno psichico, di sogni senza meta.
La mente è quel palazzo, monolite dolmen spigoloso, Che domina ogni respiro, enorme e misterioso. Le stanze, prigione o la cura, è il Golgota dove il sé si sfalda e si ricompone con paura.
L'uomo è fermo lì, piccolo e in controluce, Punta l'ombra del ramo, la crisalide che adduce. È il sè presente, che osserva l'abbandono, La vecchia pelle mutata, il grido che si fa lamento.
Sulla strada scura, che s'allunga nel nulla, Figure s'allontanano ombre spinte dalla brulla Necessità di esserci, di procedere e non svanire. Sono le mille identità, l'esistere, il rifare, Frantumate, spezzate, nel buio della vita, Ognuna fa un passo fragile, verso una nuovo io.
Il mutamento è un tunnel, lungo, scuro e incerto a forma d'infinito, Si lascia il vecchio guscio, si sfarfalla un altro volto. Sotto il cielo che incombe, denso di malinconia, questa metamorfosi è la promessa di una nuova via.
Un'anima appesa al passato, ma il cammino è ora avanti, Per rinascere sempre diversi, in un incedere errante.