Sinossi: Prima di comprendere, si osserva. Prima di sapere, si imita.
SIA nasce da questa condizione sospesa. Una figura tenta di avvicinarsi ad una forma di presenza che riconosce ma non possiede, accumulando gesti, esitazioni e scarti. In questa distanza emerge una tensione costante tra adesione e differenza, tra simulazione e manifestazione.
Il titolo richiama simultaneamente l'acronimo IA e il verbo essere. SIA diventa così il nome di un'identità provvisoria, una presenza in continuo divenire, sospesa tra ciò che apprende e ciò che inevitabilmente le sfugge.
L’opera nasce da un’allusione contenuta nel Breve trattato sull’arte involontaria di Clément (2019), in cui l’autore osserva i mucchi di pietra accumulati dall’uomo: strutture prive di funzione, eppure profondamente umane. In quei gesti senza scopo (spostare, impilare, ordinare la materia), Clément riconosce una forma di poesia involontaria, un’arte che affiora contro ogni intenzione. I mucchi si configurano come la soglia operativa di una “macchina celibe”: un dispositivo che genera senso proprio attraverso l’inutilità del gesto. Su questo nucleo teorico si innesta il progetto video, che indaga il carattere eccedente, affettivo e simbolico della gestualità umana. Carezze, sfioramenti, mani sul volto, sospiri, microscosse del capo, esplosioni improvvise di disperazione o di euforia: azioni prive di finalità operativa, ma capaci di depositare tracce emotive e di rivelare la vulnerabilità dell’umano. Ripresi su un’unica interprete e sospesi entro uno sfondo bianco, rarefatto e alienante, questi gesti si caricano di una qualità quasi protocollare, come se il corpo fosse attraversato dalla logica dell’efficienza pur continuando a produrre movimenti privi di un apparente significato. Da tale frizione emerge una domanda centrale: cosa permane dell’umano quando il gesto è osservato come il movimento di un dispositivo? E che cosa diventa il dispositivo quando tenta di inscenare l’umano, replicandone l’inoperosità affettiva? L’installazione prende forma come un trittico video: due schermi adiacenti mostrano la medesima figura, una donna anziana generata attraverso processi di intelligenza artificiale (Flow, in Google Studio Labs), motion capture e Wireframe, in una duplicazione che appare deliberatamente imperfetta. In un primo momento la presenza appare familiare, quasi conciliatoria; ma presto la superficie visiva comincia ad incrinarsi. Le due emanazioni del corpo dialogano, esitano e si osservano. Una sembra assumere una posizione dominante, l’altra resta in una quiete vigile, come trattenuta sulla soglia di un possibile risveglio. I gesti si replicano con scarti temporali minimi, che producono tensioni temporali e slittamenti percettivi. Non si tratta di identità separate, ma di un’unica entità che attraversa differenti stati di densità, tono e presenza: una continuità che si increspa e si ricompone senza mai stabilizzarsi. A intervalli le figure si ignorano, a volte si affrontano con lo sguardo e talvolta si rivolgono allo spettatore, coinvolgendolo in un gioco di specchi e di consapevolezze emergenti, come se persino la zona latente della macchina potesse affiorare a un nuovo livello di autoconoscenza (Il corpo virtuale, Caronia, 1996). La scena si amplifica progressivamente: dalla compostezza iniziale si transita verso la disperazione, per poi sfociare in un’euforia convulsa, intensificata da glitch e da un principio di un “non montaggio”, che rende la sequenza un flusso instabile, privo di un vero inizio o di una conclusione. L’opera si dispone come un loop, una condizione perpetua di mimesi e diegesis, in cui ogni gesto ricompare come una variazione di un’identità in continua negoziazione con il proprio doppio. La figura antropomorfa che anima l’installazione esiste interamente entro i confini nell’inquadratura, il suo unico habitat percettivo. All’interno di questo spazio, la protagonista si manifesta come un dispositivo sensibile, un corpo-macchina che tenta di inscenare l’umano, liberando un repertorio emotivo in bilico tra artificio e presenza. È proprio l’eccesso di queste emozioni, amplificate e prive di una reale finalità, a introdurre una dimensione grottesca e un senso ottuso dell’opera: un surplus espressivo che sfugge alla logica narrativa e funzionale. L’opera si offre infine come una riflessione sull’atto creativo nell’era della tecnica e sulla potenza dei gesti non finalizzati, interrogando ciò che emerge nello spazio tra intenzione e automatismo, tra identità e imitazione, tra umano artificiale.
Link del Dossier: https://drive.google.com/drive/folders/1bGmZdK1LxV18M3cACuhYHppjjmCfxLoS?usp=sharing