Sinossi: Un soldato si perde nei frammenti di un sogno post-bellico. Il suono della chitarra è l’unico filo che lo lega ancora all’umanità.
Capriccio di Guerra indaga l’abitare contemporaneo come habitus esistenziale alterato dal trauma. Il cortometraggio, concepito come una «partitura visiva» priva di dialoghi, esplora il paesaggio mentale di un soldato intrappolato nei frammenti di un sogno post-bellico. Le rovine, l’ospedale e la chiesa abbandonati di Garbagnate Milanese, non sono semplici scenografie, ma habitat psichici di transizione in cui il protagonista tenta disperatamente di ricostruire un legame con la propria umanità perduta. L’opera si fonda radicalmente sul principio della Combine Art, generando frizione e dialogo tra molteplici linguaggi. Il cinema entra in collisione con la musica e il sound design: il Capricho Árabe di Francisco Tárrega non funge da colonna sonora esterna, ma «abita» l’immagine, plasmandone il respiro, il ritmo e la struttura. Riprendendo la «Nuova Classicità» con cui Busoni riscriveva Bach per il pianoforte, qui la composizione di Tárrega viene incarnata dal mezzo cinematografico. A questo si fonde un sound design acusmatico di matrice schaefferiana, dove il rumore si trasforma in materia musicale autonoma. Il progetto incarna un’arte che osserva e rielabora se stessa. L’estetica visiva sfrutta la deformazione dello spazio dell’Espressionismo e la frammentazione temporale dell’Impressionismo per restituire uno stato mentale dissociato. Al contempo, il film dialoga con i maestri del cinema, sottraendo l’azione bellica tipica di Apocalypse Now per abbracciare l’indagine filosofica ed esistenziale dello spazio di Stalker di Tarkovskij. In questo ecosistema creativo, anche l’elemento sacro subisce un processo di Combine Art. I luoghi di culto e i riferimenti scultorei religiosi perdono il loro intento devozionale per tramutarsi in pura «memoria iconografica dell’umano». Sono architetture del silenzio, testimoni di pietra che si scontrano con l’assurdità del conflitto rappresentato dai soldatini giocattolo nel finale, trasformando la guerra in un’allucinazione ciclica.
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