Liberamente ispirata all’Atlante Farnese, quest’opera segna una frattura tra la tensione ideale dell’antichità e l’ironia cinica del presente.
Atlante, nella scultura originaria, è condannato da Zeus a sorreggere l’intera volta celeste. Non una punizione qualsiasi, ma un’impresa titanica che incarna la sete di conoscenza, lo sforzo dello studio, la fatica del pensiero. Il marmo lo scolpisce nella tensione, nel peso, nella responsabilità. Le costellazioni, incise in altorilievo sulla sfera, sono simbolo di un mondo che cerca di superare i confini, di mappare l’ignoto, di orientarsi verso l’oltre. Atlante guarda il cielo.
Denaro, al contrario, non guarda nulla: è piccolo, quasi irrilevante, eppure feroce nel significato, una statuina in resina e filo di rame, alta meno di 13 cm.
Non più il cielo da sostenere, ma una sfera cava da possedere. All’interno della sfera in resina e cava all'interno, che un tempo portava sulle sue spalle il disegno dell’universo, si agitano mani d’uomo, realizzate una ad una, chiuse, intrappolate: la conoscenza non più come conquista, ma come prigionia del desiderio.
Denaro non sorregge il mondo, deride quell'umanità che persegue denaro e potere come ultimo scopo.
E mostra il dito, beffardo, ad Atlante e a tutto ciò che rappresentava: fatica, tensione verso l’alto.
Ora il globo è vuoto. Il cielo è assente.
Rimane solo un obiettivo: il guadagno.
Resina, Filo di rame, Disco interno da Hard Disk