In un hangar, luce fioca e atmosfera post-punk, tre figure in nero stanno ferme con occhiali scuri che cancellano ogni espressione. Ognuna tiene un palloncino nero; i fili sono troncati e si muovono a scatti come le lancette di un orologio rotto — il tempo ha perso il suo ritmo.
Una donna senza capelli, simbolo di nutrimento interrotto, tiene il suo palloncino nero. Due bambini la imitano. I palloncini tentano di salire, ma urtano il soffitto basso, rimbalzano e ricadono a terra.
Sopra di loro, uccelli neri dalla forma appena accennata scorrono lenti, come pensieri confusi che passano tra i palloncini-sogni che non possono volare. L’inquadratura si stringe su uno dei bambini: apre la bocca per rivendicare il diritto a sognare. Un palloncino nero sale da terra e gli copre la bocca, zittendolo.
Chiusura su silenzio. Il dolore è muto, la rabbia è contenuta, la malinconia resta sospesa.