What remains when the market stalls are dismantled, the lights go out, and the hum of the crowd yields to silence?
Leftovers is an ongoing, itinerant project. It began in 2016 during an artist residency in Barcelona, with the aim of mapping areas across the Mediterranean and beyond. Through the lens of food and an anthropological approach to fruit and vegetable markets in various cities, the project explores the concept of "waste" and "residue" as temporal and human testimonies. In this installation, two elements interact in a fragile contrast: a column of sponges and an audiovisual track.
The column of sponges serves as an archive of minimal, daily gestures. Made by weaving and sewing together plastic nets—originally used to hold potatoes and onions and salvaged directly from the stalls of Porta Palazzo in Turin—the sponges are stacked to form an architectural element, shaping a fragile and precarious anti-sculpture.
Serving as a visual and sonic counterpoint to this silent verticality is the video work, where two opposing sounds alternate and overlap: the violent, mechanical noise of industrial shredders reducing unsold food to compost, and the gentle flow of water over hands washing with those very same mesh sponges. This creates a parallel between the perpetual, daily act of bodily care and the processes of food recovery and recycling.
Positioned between the violence of destructive overproduction and the delicacy of regenerative washing, the work offers no easy answers. Instead, it invites us to linger at that point of instability where waste, through artistic action, becomes body, memory, and ritual.
To date, the project has traveled to: Barcelona, Turin, and Marseille.
ITA
Cosa resta quando il mercato si spegne, i banchi si smontano e il brusio della folla cede il passo al silenzio?
Leftovers è un progetto itinerante e ancora in corso. Nasce nel 2016 durante una residenza a Barcellona con l’intento di mappare le aree del Mediterraneo, e non solo, esplorando il concetto di “scarto” e di “residuo” come testimonianza temporale e umana, attraverso il cibo e un approccio antropologico nei mercati ortofrutticoli delle varie città. In questa installazione dialogano due elementi in un fragile contrasto: una colonna di spugne e una traccia audiovisiva.
La colonna di spugne è un archivio di gesti minimi e quotidiani. Le spugne, realizzate intrecciando e cucendo reti di plastica usate per contenere patate e cipolle e recuperate direttamente tra i banchi di Porta Palazzo a Torino, si impilano fino a diventare elemento architettonico configurandosi in una anti-scultura fragile e precaria.
A fare da contrappunto visivo e sonoro a questa verticalità silenziosa è l’opera video in cui si alternano e si sovrappongono due suoni opposti: il rumore violento e meccanico dei tritatori che riducono il cibo invenduto in compost, e lo scorrere dolce dell’acqua sulle mani che si lavano con quelle stesse spugne di rete, in un parallelismo tra l’azione perpetua e quotidiana della cura del corpo e il recupero del cibo e del riciclo.
Tra la violenza dell'iperproduzione che distrugge e la delicatezza del lavaggio che rigenera, il lavoro non offre risposte. Ci invita, piuttosto, a sostare in quel punto di instabilità in cui lo scarto, attraverso l'azione artistica, si fa corpo, memoria e rito.
Le tappe del progetto finora effettuate sono state: Barcellona, Torino, Marsiglia.