Lapsus num 3: L'Incisione.
Qui l'azione meccanica e l'acido si fanno più violenti e lineari, tagliano diagonalmente la forma circolare. È l'atto di distrazione che emerge sollevando il rimosso.
“LAPSUS” di Simona Ambrosini – serie composta da 5 lastre zincate (42 x 42 cm) – è un viaggio tellurico nella psiche della materia, dove il tempo smette di scorrere e inizia a pulsare. Sulla superficie metallica, la geometrica tirannia dei graffi circolari lasciati dai dischi abrasivi industriali viene violata dall'inatteso: una sbavatura, un errore, un atto mancato che incrina l'ordine. È qui che l’artista si fa tramite del rimosso, corrodendo questi solchi meccanici con colate d'acido per costringere il metallo a confessare il proprio subconscio. Fino al crollo finale di ogni difesa nell'ultima lastra, dove il cerchio svanisce e resta solo il mistero nudo e incensurato del desiderio. Più che un'opera, un varco lirico e graffiante che mette a nudo l'anima del mondo.
“LAPSUS” by Simona Ambrosini – a series of 5 galvanized plates (42 x 42 cm) – is a telluric journey into the psyche of matter, where time ceases to flow and begins to pulsate. Upon the metallic surface, the geometric tyranny of circular scratches left by industrial abrasive discs is violated by the unexpected: a smudge, an error, a parapraxes (Freudian slip) that fractures the order. It is here that the artist becomes a medium for the repressed, corroding these mechanical grooves with pours of acid to force the metal to confess its own subconscious. This process leads to the final collapse of all defenses in the last plate, where the circle vanishes, leaving only the naked, uncensored mystery of desire. More than an artwork, it is a lyrical and piercing threshold that lays bare the soul of the world
Progetto “LAPSUS”
Come afferma Anselm Kiefer “il tempo è un perpetuo andirivieni tra il passato e il futuro, in cui non c’è niente di nuovo se non il ricordo”. Questo significa poter abbandonare l’immagine lineare e progressiva della temporalità e credere che la memoria possa abitare il futuro esattamente come il ricordo abita l’avvenire. Il tempo, dunque, come un unico atto, un unico movimento. Ecco il cerchio. Simbologia nuda, immediata, senza inizio, né fine ad evocare il ciclo eterno della Vita, l’eterno ritorno, l’armonia assoluta e, con essa, l’ineluttabilità del percorso.
I cerchi in questione sono le tracce lasciate dalla pressione di dischi abrasivi su una superficie metallica. Il materiale (scarto industriale) viene trasformato dall’attrito continuo, finalizzato a testarne la resistenza.
Questa la "base" dell'opera: il cerchio con la sua rassicurante ciclicità, ma, ecco che qualcosa irrompe, sfugge al prevedibile, sbava. Ecco che, nella perpetua regolarità del movimento circolare, appaiono accenni che disertano, atti di distrazione che si palesano, sbordature che aprono squarci di possibilità.
È in questi solchi, fughe dal controllo conscio, che si incammina la mia esplorazione artistica, è proprio in essi, infatti, nei solchi, che instillo colate di acido, con l’obiettivo di renderli più visibili, smascherarli. Il "vissuto" della materia inizia a dialogare con il mio subconscio: ecco la fascinazione per l’atto rivelatore, l’esaltazione di tracce/solchi su cui si muove il rimosso, ecco la via da seguire, non da censurare, la deviazione inattesa che si fa varco di esplorazione del sé, al di là di ogni contenimento culturale, sociale, ideologico.
L’armonia del cerchio (emblema di perfezione, ma anche di rigidità) sembra essersi contaminata, in realtà si è espansa, aperta, perché l’inatteso si è potuto manifestare.
Ecco il LAPSUS, appunto, nella sua graffiante epifania, il passo falso che spalanca le porte della diversità, della unicità dell’individuo e del suo proprio desiderio.
Il progetto “LAPSUS” è rappresentato da una serie di lastre zincate 42 x 42 cm (4+1). L’ultima, la quinta, si differenzia dalle altre nella struttura visiva: è l’emblema del lapsus stesso, è la tensione incensurata, il cerchio scompare, resta solo il mistero del desiderio, nella sua multiforme essenza.
La materia non è inerte, prende forma nello sguardo artistico.
Un inconscio della materia è all’opera.
Io, suo tramite.
S.Ambrosini