Ho scelto di utilizzare le etichette perché sono il simbolo dell’identità di un prodotto. Un piccolo elemento che certifica provenienza, qualità e valore. Tra tutte, il Made in Italy è diventato qualcosa che va oltre la semplice indicazione geografica: oggi è un marchio riconosciuto e desiderato in tutto il mondo.
Proprio per questo il suo valore viene utilizzato in modi diversi. Da chi continua a produrre in Italia custodendo un sapere manifatturiero, ma anche da chi ne sfrutta il prestigio attraverso sistemi produttivi sempre più distanti dall’immaginario che quell’etichetta evoca.
Le etichette nere sono capovolte. La scritta è la stessa, ma appare come una lingua sconosciuta. Questo ribaltamento rappresenta lo slittamento tra ciò che un’etichetta promette e ciò che la materia racconta davvero. Il marchio resta riconoscibile, mentre l’origine diventa sempre più difficile da leggere.
L’intersezione tra le etichette bianche e nere mette in relazione due realtà: quella di un’identità costruita attraverso il fare e quella di un’identità costruita attraverso il valore commerciale. Non è una contrapposizione tra Paesi, ma una riflessione sul rapporto tra produzione, memoria e mercato.
Un sapere artigianale esiste solo se continua a essere praticato. Quando un Paese smette di produrre, non perde soltanto un’economia: perde una parte della propria memoria culturale.
L’opera lascia aperta una domanda: cosa accade quando un’identità diventa un marchio e il marchio sopravvive alla cultura che lo ha generato?