Anche in quest’opera utilizzo l’etichetta come materiale dell’immagine. L’etichetta è il simbolo dell’identità di un prodotto, ma anche del valore economico e culturale che gli attribuiamo. Tra tutte, la dicitura Made in Italy è diventata un vero e proprio brand globale, capace di evocare qualità, tradizione e desiderabilità.
L’opera prende spunto dall’incendio del 1° dicembre 2013 in un laboratorio tessile di Prato, dove persero la vita sette operai cinesi. Quel fatto rappresenta una delle contraddizioni più evidenti del sistema produttivo contemporaneo: un distretto in cui molti imprenditori italiani affidano parte della produzione a laboratori gestiti da imprenditori cinesi, impiegando manodopera proveniente dalla Cina, spesso in condizioni di lavoro precarie, per continuare ad alimentare il valore economico del marchio Made in Italy.
La struttura della casa è costruita con etichette Made in Italy capovolte. La scritta è ancora riconoscibile, ma appare come una lingua alterata, quasi straniera. Rappresenta il momento in cui un marchio continua a esistere, ma il suo significato si ribalta: l’identità diventa solo un valore commerciale.
All’interno della casa, invece, le etichette Made in China rappresentano la forza lavoro invisibile che sostiene quel sistema produttivo. Il fumo che si dissolve verso l’esterno allude simbolicamente alle vite consumate e rese invisibili, ma anche a una memoria che rischia di disperdersi insieme alle persone che hanno reso possibile quel valore.
L’opera non è un’accusa rivolta a un Paese, ma a un sistema che separa il marchio dalla realtà del lavoro. Mi interessa interrogare ciò che accade quando il valore di un’etichetta sopravvive alle persone, ai luoghi e ai gesti che lo hanno generato.