In questa opera scelgo di entrare nello spazio più intimo del mio racconto sul declino: l’interno domestico. La figura femminile, abbandonata su una poltrona consunta, è immersa in un ambiente saturo di oggetti, bottiglie e tracce di quotidianità ripetuta. Il gesto sospeso tra sigaretta e alcol non è provocazione, ma racconto di una stanchezza esistenziale che si sedimenta nel tempo.
Le croci al collo tornano come elemento ricorrente della mia ricerca: non simboli di devozione consolatoria, ma segni di stratificazione identitaria, memoria, peso culturale. La luce è volutamente diretta, quasi impietosa, e mi permette di lavorare sulla materia del corpo senza addolcirla né giudicarla.
Attraverso una composizione frontale e ravvicinata elimino la distanza tra spettatore e soggetto. Non cerco ironia, ma tensione silenziosa. L’interno diventa metafora di un “regno” ridotto a spazio privato, dove le abitudini sostituiscono le grandi narrazioni collettive e il passato continua a occupare il presente.
Con questa tela continuo la mia riflessione su un’Inghilterra post-imperiale che non rappresento come evento storico, ma come condizione umana: un equilibrio fragile tra dissoluzione e resistenza quotidiana.