In quest’opera metto in scena una contraddizione visiva volutamente esplicita: una figura ai margini, seduta tra i rifiuti, indossa abiti segnati da marchi iconici del lusso. Il volto, scavato e stanco, guarda frontalmente lo spettatore senza mediazioni, mentre il corpo raccolto accentua una condizione di chiusura e resistenza.
La ripetizione ossessiva dei loghi trasforma il vestito in una sorta di “armatura simbolica”, svuotata però del suo significato originario. Il lusso diventa superficie, segno, simulacro, in netto contrasto con il contesto degradato che lo circonda.
Attraverso una pittura materica e una composizione diretta, costruisco un’immagine che interroga il valore delle apparenze e la fragilità delle identità contemporanee. L’opera riflette su un mondo in cui status e marginalità possono coesistere nello stesso spazio, generando una tensione visiva e sociale difficile da ignorare.