L’ASINO CHE VOLA: IL SOGNO CHE SFIDA IL DESTINO
“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano.” – Antoine de Saint-Exupéry
L’arte di Davide Cocozza è un atto di resistenza contro il cinismo del presente, un grido visivo che spezza la gravità dell’abitudine e ci restituisce il diritto di sognare. “L’Asino che Vola” non è solo un’immagine, è una dichiarazione di guerra alla rassegnazione. Un animale simbolo di fatica, umiltà e derisione si eleva nel cielo, armato di ali rosse, sporche di vita, grondanti di speranza. Ma quale speranza? E per chi?
IL SOGNO E L’INGANNO: L’ILLUSIONE DELL’ASINO VOLANTE
Da bambini ci dicevano: “E quando gli asini voleranno…” per indicarci che qualcosa era impossibile. Era un modo per spegnere la fantasia, per riportarci coi piedi per terra, per educarci a un mondo in cui la speranza è concessa solo a chi obbedisce. Ma in questa opera l’asino vola davvero. E se vola, allora anche l’impossibile può diventare realtà.
Eppure, oggi, il mondo ci circonda con un’altra illusione: distrarre con guerre, crisi economiche e ambientali, ci dice che non c’è tempo per i sogni, che la realtà è un muro invalicabile. Cocozza ribalta la prospettiva: il vero inganno è quello della rassegnazione, il vero sogno è quello che si costruisce con le mani sporche di pigmenti, biochar e materiali riciclati.
BIOCHAR: IL CARBONE CHE SEMINA SPERANZA
Non è un caso che l’artista scelga di lavorare con il biochar, un materiale che non solo nasce dal carbone, simbolo antico di sfruttamento e inquinamento, ma che è anche un potente strumento di rigenerazione della terra. Il biochar è il residuo del fuoco che torna a fertilizzare il suolo. È la metafora perfetta di un mondo che può risorgere dalle proprie ceneri, se solo scegliamo di farlo.
Ecco perché “L’Asino che Vola” non è solo una provocazione visiva, ma un manifesto ecologista e pacifista: ci dice che il cambiamento è possibile, che anche il più umile tra gli esseri viventi può sfidare il cielo, che la terra bruciata dalla guerra e dall’avidità può ancora generare vita.