Come in un vero e proprio percorso alchemico, giunto alla terza fase della sua Opera - dopo “Isolè” (sull’isolamento) e “Kerigma” (sulla proclamazione della possibilità
di un ritorno all’ordinario)- Samuele Alfani compie con “Àgape” una nuova, profonda, congiunzione fra evoluzione artistica e indagine intima. Senza pretese predicatorie, ma con il preciso intento narrativo tipico dell’espressione pittorica, la serie “Àgape”, composta da cinque tele di uguali dimensioni, indaga la categoria ideale fondamentale dell’amore, inteso come la gamma complessa di sentimenti ed impegni
che si creano fra due persone legate da un’alleanza d’amore.
L’“Àgape” rifugge il limite e la debolezza dell’errore “troppo umano” e si consacra nella virtù, intesa come grazia ricevuta dal destino e messa in pratica per una decisione della volontà che sceglie e crea, attraverso la cura della giustizia e della verità, un sentimento puro e disinteressato ma completo perché intrinsecamente reciproco. Il rischio dello scontro inconciliabile fra eros/peccato e agape/grazia, che determina l’incomunicabilità fra amore sacro e amore profano, può essere risolta solo nella dinamica di un rapporto di reciprocità fra creazione e alleanza, fra natura e grazia.
Il riferimento è al Nuovo Testamento della Bibbia (nel cui testo la radice del termine greco che indica l’amore risuona ben 320 volte), dove “Àgape” rappresenta il vertice più alto del sentimento, la sua sublimazione e il suo compimento.
Composta da cinque ballate cromatiche, “Àgape” articola la storia dei suoi soggetti, calati in contesti sobri, quasi monastici, in una danza di oscillazioni geometriche, sospese fra intensità e apparente incomunicabilità, e sigillate nel lirismo cromatico che è cifra stilistica dell’artista.
Inserito nell’ambiente sacro della chiesa di San Francesco dei Macci, il racconto di “Àgape” si conclude simbolicamente sull’altare, che un tempo ospitava la Madonna delle Arpie di Andrea del Sarto, per redimere la solitudine del peccato con la verità dell’amore.