La ricerca di Bartolo Ragucci si muove lungo il confine sottile dove la materia incontra la percezione, indagando le architetture invisibili del tempo e dello spazio. Bartolo Ragucci opera come ricercatore materico, indagando la tensione strutturale tra la fragilità della...
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La ricerca di Bartolo Ragucci si muove lungo il confine sottile dove la materia incontra la percezione, indagando le architetture invisibili del tempo e dello spazio. Bartolo Ragucci opera come ricercatore materico, indagando la tensione strutturale tra la fragilità della superficie e la resistenza dei materiali industriali. La sua pratica artistica non si limita alla rappresentazione, ma agisce sulla materia attraverso processi di scomposizione, ancoraggio e ricomposizione, trasformando la tela in un campo di forze architettoniche.
Il suo percorso si distacca da ogni tentazione illustrativa per approdare a un linguaggio profondamente materico, in cui l'opera si fa dispositivo fisico. Se nella tradizione novecentesca il gesto rappresentava spesso una fuga verso l'infinito, nella poetica di Ragucci la materia — il catrame, il colore denso, il ferro — agisce per trattenere il frammento: i ferri ossidati e i perni non si limitano a segnare la tela, ma diventano armature, tentativi necessari e precari di ricomposizione del sé.
Ogni intervento agisce come una presenza che non descrive, ma esiste. In questo ecosistema di segni, il corpo dello spettatore è chiamato a misurarsi con la stratificazione del tempo e la fisicità dello spazio. Rifuggendo da etichette che ne limiterebbero l’apertura, l'artista propone un dialogo diretto, un'architettura del visibile in cui il "non detto" e la tensione tra il ferro e la materia pittorica invitano a un'esperienza immersiva, sospesa tra la permanenza del gesto creativo e la fugacità dello sguardo.