Persona eclettica, ricerca le armonie della natura di cui osserva
i dettagli, ama gli spazi aperti e scruta il cielo notturno “ammirandone la grandiosità” che ci fa sentire piccoli ma ci
permette di viaggiare con la fantasia alla scoperta di nuovi mondi e di altre
forme di vita.
Gioia, rabbia, serenità, tensione
passano sulla tela in maniera spontanea e naturale con sfumature diverse a
seconda dei contesti e delle esperienze che li hanno prodotti e di come la
mente li ha modificati e interpretati.
Il nero è ricorrente in quasi
tutte le sue opere rendendole “vive” e vivaci: è il colore non colore, quello
dalle molteplici facce non ancora completamente esplorate, utilizzato nella
storia e nell’arte con significati spesso diametralmente opposti.
Lucido, opaco, accostato ad altre
tinte come in un turbine o spalmato con movimenti sinuosi crea sensuali giochi
di luci e ombre.
Le tonalità
nere e bianche, fresche e brillanti, sono solo le ultime componenti di una
stratificazione di elementi che non ha eguali. Se a Davide Binello infatti si
dovesse riconoscere un merito, non si potrebbe prescindere in alcun modo dalla
sua innata capacità di render ogni elemento vivo e vitale all'interno di
composizioni di eccezionale lirismo.
Nel 2011
inizia un nuovo ciclo di lavori che sono resi attraverso ombre,
“immagini retiniche”.
Ciò
che rimane impresso sulla tela sono contorni, tratti salienti che la retina
dell'occhio umano ha la capacità di trattenere per qualche frazione di secondo,
anche dopo che l'immagine stessa non è più visibile.
Di
conseguenza, i personaggi rappresentati non sono più reali ma solo vaghi
ricordi della nostra memoria.
Riconoscere
i personaggi di Davide Binello non è immediato, l'artista chiede infatti allo
spettatore un attimo di contemplazione per capire chi si cela dietro le sue
"ombre". L'occhio e la mente devono lavorare per capire chi è
il personaggio rappresentato.
D'altronde
l'immagine delle stelle che vediamo non è altro che la proiezione nel tempo di
un segnale luminoso partito milioni di anni fa giunto solo ora al nostro
occhio, in pratica un ricordo.
Nel 2012 realizza una serie di video e opere dal
titolo: FEAR…
…Cormac McCarthy qualche anno fa ha scritto un
piccolo gioiello della lettura d’oltreoceano, un romanzo ben scritto, senza
troppe pretese linguistiche, con una trama lineare e una lunghezza tale da
poter essere letto durante un viaggio di media durata.
Il tema, quanto più misterioso nell’incipit,
diventa man mano, nello scorrere del libercolo, lampante agli occhi e alle
menti affamate di chi con bramosia cerca delle risposte, e perché no, delle
soluzioni, sul nascere della storia.
Davide Binello procede con la stessa delicata
regia nel presentare per la prima volta i 6 inediti video intitolati “FEAR”. Di
breve durata ma di impatto tagliente, gli episodi, trasmettono con caparbia
lucidità l’angoscia derivante da un’ennesima, e sistematica, catastrofe ambientale.
Pur rinnegando una narrazione lineare, i video, osservati in una sequenza
accattivante e misteriosa, generano una sinfonia criptica e attraente allo
stesso tempo, tale da trasmettere l’impressione di far parte dello stesso film.
Lo scenario, degno del migliore teatro
dell’assurdo, e le azioni minime, che sul finire della serie assumono forme e
sapori universali, catapultano lo spettatore in una dimensione meta-reale che,
epurata da ogni vezzo estetico e da distrazioni ausiliarie, diventa puro
sentimento.
I disastri ecologici generati dalle guerre,
dagli incidenti industriali, dall’incauta mano di chi sempre vuole ottenere a
scapito delle conseguenze, portano l’artista a visioni premonitrici non troppo
lontane dall’immaginario che la letteratura o il cinema hanno più volte
anticipato.
L’installazione site specific dell’opera video è
completata dalla presenza di due figure maschili, manichini che, idealmente
usciti dallo schermo, si stagliano come guardiani e testimoni all’ingresso e
alla fine di un percorso aperto.
Sedotto da una atmosfera sottile, dal ritmo
alienante di un tintinnio prima (drammatica memoria delle radiazioni percepite
presso l’impianto nucleare di Fukushima dopo la disgrazia nucleare) e da una
musica straziante dopo, lo spettatore è abbandonato ad affrontare il proprio
mondo emotivo facendo i conti con la propria coscienza.
Per diversi anni ha gestito una galleria d’arte e attualmente sta lavorando
a una nuova serie di opere: scatta fotografie a creazioni di street art che
trova sugli edifici più disparati in giro per il mondo durante i suoi viaggi, da
luoghi industriali abbandonati a quartieri in centro città dove si mescolano
culture differenti.
Intervenendo sulla stampa fotografica sovrappone i suoi segni, colori
ed emozioni su quelli posti sul muro da un altro creativo, dando vita a un
dialogo a distanza che svela una doppia anima.