L’opera è realizzata su un supporto in alluminio, materiale freddo e industriale che richiama la sterilità dei mattatoi. La superficie è scandita da piastrelle bianche, simbolo di un’apparente pulizia che contrasta con la brutalità del sangue versato.
La vernice rossa scorre lungo la composizione, ma le gocce cadono al contrario, sfidando la gravità. Questa inversione inquietante suggerisce un ciclo infinito di violenza, come se il sangue non potesse semplicemente cadere e svanire, ma venisse assorbito, perpetuando l’orrore.
Due elementi interrompono l’astrazione:
A destra, un’impronta di mano insanguinata, segno di presenza, resistenza o esecuzione. È il sangue degli animali macellati, ma anche quello umano, delle guerre e dei massacri, dove le mani si sporcano, per necessità o per scelta.
A sinistra, una macchia parzialmente cancellata, il tentativo vano di eliminare ciò che non può essere dimenticato. Il sangue resta, testimone indelebile.
Una parte in cemento in rilievo spezza la superficie, aggiungendo peso e brutalità, come una ferita solidificata nel tempo.
Quest’opera non è solo un mattatoio: è sacrificio, oppressione, un meccanismo di morte che si ripete. Il sangue che sale, le mani impresse e la pulizia fallita sono una testimonianza silenziosa, che congela la violenza nel tempo.