La tematica affrontata dall’artista è di assoluta rilevanza sociale ma molto pregevoli sono anche i risultati estetico-formali. Fondamentale introdurre subito la riflessione da cui è partita Silvia: la pervasività dei nostri sistemi di comunicazione che, specie in questi ultimi trent’anni – si pensi soprattutto alla telefonia cellulare e a ciò che sono divenuti col tempo smartphone e iPhone – sono simboli e strumenti delle difficoltà sempre più marcate di stabilire relazioni più naturali e più immediate fra le persone. Non si tratta, sia chiaro, di uno sciocco misoneismo verso i cambiamenti né, tantomeno, di una visione nostalgica di un mondo diverso che ben difficilmente potrà ritornare.
Si tratta, ben più in profondità, di riflettere sul fatto di come la grande comodità di poter disporre di apparecchi maneggevoli, in tutto e per tutto simili a dei computer da consultare con facilità in ogni momento, abbia un evidente prezzo da pagare: quando ci pensiamo connessi col mondo affermiamo soltanto una mezza verità, dal momento che interagiamo con entità virtuali e pressoché immateriali, rischiando a ogni passo una pericolosa solitudine esistenziale che in taluni casi, perfino dall’adolescenza se non addirittura da prima, può drammaticamente confinare con la disperazione e la depressione. Sarebbe illusorio pensare che l’arte possa anche solo rallentare questa tendenza così diffusa e che sta fra l’altro espandendosi pure attraverso fenomeni di cui non si è ancora bene in grado di valutare la portata come ad esempio il metaverso, ma ciononostante l’agire degli artisti può costituire una sorta di baluardo capace di indicare almeno l’importanza della consapevolezza.
L’installazione di Silvia Ranchicchio, costituita da tre elementi ad andamento verticale, ciascuno dotato di una differente altezza per evocare simbolicamente quanto i fenomeni denunciati riguardino persone di ogni età, ha forse uno dei suoi elementi essenziali nei sottili veli semitrasparenti che circondano e avvolgono l’intelaiatura metallica: si tratta di una efficace metafora del nostro poter vedere il mondo ed essere visti dal mondo anche se usiamo il telefonino, ma al tempo stesso, di come queste possibilità visive siano offuscate e possano condurci a un disumanante isolamento in noi stessi e in un allontanamento dagli altri. Ma altrettanto importanti – all’interno di ciascuno dei tre elementi – sono, insieme ai cellulari, anche le scarpette blu, colore scelto non a caso da Silvia Ranchicchio per sottolineare la pericolosità intrinseca della luce emessa dai dispositivi elettronici nell’intervallo ultravioletto/blu violetto, specie se li si usa al buio. Scarpette blu come le consimili scarpette rosse spesso usate per denunciare un’altra aberrazione contemporanea, la violenza sulle donne, fenomeni certo molto diversi tra loro ma eguali spie di una società in gravissima crisi.