L’installazione a terra di Andrea Mangolini dichiaratamente si confronta con i dolenti temi dell’attualità. Ciononostante, là si potrebbe considerare apolitica data l’assenza di elementi espliciti inseriti dall’autore, o si potrebbe dire che la sua valenza politica sia occultata da un’estetica minimale, che i valori formali di interazione con lo spazio e la ricerca materica ne attutiscano il tono di appassionato appello o di protesta, che tuttavia non viene annichilito. Se da un lato l’opera si inserisce nella tendenza socialmente impegnata e fortemente ideologica di certa arte visiva degli ultimi tre decenni- citiamo Teresa Margolles, Adel Abdessemed e Tania Burguer- essa registra anche un cambiamento evidente nella sua “strategia d’attacco”, evitando di fatto la tautologia del sangue che è sangue, le carcasse che sono carcasse, la tortura delle carni che è vera tortura di regime. La “bandiera” è fondamentalmente Juta e legno, i colori acrilici e le combustioni hanno detronizzato le tracce della morgue di Margolles, è un ritorno al valore metaforico dell’opera la allontana dalla lunga ombra degli anni Novanta degli YBAs riportandola a genealogie diverse e antecedenti. Così l’artista ristabilisce il proprio ruolo come manipolatore di segni e materia e si riappropria di preoccupazioni formali “interne” al linguaggio. A questo proposito potremmo citare artisti gravitanti all’area Fluxus, come Beuys e Vostell.