Il
progetto fotografico s/cavo
nasce dalla volontà da parte dell’autore di sondare la realtà nascosta dietro
le apparenze, di sollevare cioè il cosiddetto ‘velo di Maja’ sotto al quale si
cela la realtà delle cose immanenti. Attraverso
un paziente lavoro di osservazione, infatti, il cui scopo principale è quello
di fare emergere sulla superficie della dura pietra le crepe nascoste dovute all’azione
della natura o dell’uomo, l’obbiettivo fotografico rivela la dualità intrinseca
della realtà.
Metaforicamente,
si potrebbe parlare di una paziente e meditata operazione di mappatura di una
sorta di lito-cicatrici, le quali, appunto, assumono una doppia valenza: da una
parte rappresentano il segno evidente di un ‘trauma’ dovuto a una azione
violenta, ma dall’altra sono anche il risultato di un lento processo di riparazione
e guarigione.
Tali ‘ferite’,
dunque, sono dei residui di memoria incise nella pelle del mondo, i testimoni
muti di un vissuto arcaico coagulatosi in segni precisi i quali, a loro volta, possono
essere letti alla stregua di un originario alfabeto arcaico, ovvero di una
scrittura primigenia amorfa in cui il significante e significato coincidono in
un tutt’uno gnoseologico. Detto altrimenti, questi segni, queste scritture
‘concrete’, sono come le linee della mano, le rughe del volto, le pieghe dell’epidermide
attraverso le quali possiamo leggere i fondamenti di una storia condivisa e,
allo stesso tempo, individuale.