La base di partenza sono vecchie cartine geografiche, su cui intervengo con carboncino, grafite, acrilici, smalti, inchiostro e solventi vari; stratificazioni, passaggi di colore e di liquidi in cui il disegno di partenza cambia fino a essere impercettibile.
Sulle mappe ridisegno nuovi tracciati con il carboncino o la grafite, nuovi territori, isole immaginarie, forme fluide, che galleggiano sospese tra linee e colori. L'immagine originaria, infatti, è resa praticamente irriconoscibile dagli strati di pittura e segni che vengono stesi in molti strati successivi, come fossero delle note dominanti che si impongono sulla base.
Il metodo riflette non solo la complessità del mondo contemporaneo, ma anche una continua esplorazione della sua identità multiculturale, un'immersione in un universo in cui i confini tra le diverse forme d'arte si confondono, offrendo così un nuovo modo di percepire la nostra realtà.
Territori immaginari, che rifuggono da guerre, dal caos delle città iperconnesse, o da luoghi impersonali che rappresentano il disequilibrio tra uomo e natura, tra spazio interiore e spazio fisico, tra corpo e architettura/città. La tecnica che utilizzo è una tecnica mista in cui i colori acrilici, o le linee d'inchiostro vengono distese, a volte dense, altre volte in strati sottili e trasparenti, stratificazioni leggere create durante i tempi di asciugatura lenta, tempi variabili in cui i solventi agiscono sgretolando i colori, e cambiando di conseguenza anche il loro aspetto. Il tempo, l'attesa che si crea tra le varie stesure, è un processo di trasformazione dove si mescola il passato, il presente e il futuro, influisce e partecipa nella riuscita dell'opera.
La casualità, diventa così un elemento necessario, determinante. Attendo che il colore si asciughi per procedere con altri interventi.
La casualità e il tempo sono varianti e variabili che incidono sulla riuscita, come nella realtà.