La natura morta è un genere artistico che ha attraversato i secoli, esaltando la bellezza immobile e senza tempo di frutta, fiori e oggetti inanimati. Ma fuori dalle cornici e dai virtuosismi delle pennellate, la natura sta morendo per davvero. E non c’è nulla di estetico o decorativo in questo. L’uomo, con la sua incuria e il suo egoismo, la sta avvelenando, ignorando le conseguenze delle proprie azioni su se stesso e sulle generazioni future. E allora, stanca di essere solo soggetto passivo di opere d’arte in cui viene strappata alla sua radice, la natura si ribella. Invece di farsi uccidere, diventa veleno. Un’innocua mela, un apparentemente inoffensivo cetriolo, degli acini d’uva e persino una bevanda d’avena dall’aria salutare non muoiono, ma si risvegliano. Questa visione prende forma nella mia reinterpretazione della natura morta, un genere che nella mia opera si evolve in una riflessione sulla caducità, la crisi ambientale e il ruolo del cibo nella società moderna. Nelle rappresentazioni classiche, la frutta appare immutabile, sospesa in una bellezza eterna. Ma nella mia visione, la natura morta è letteralmente morta: il teschio, simbolo universale della fine, diventa il fulcro della composizione, mentre il cibo, anziché decomporsi, si trasforma in un monito inquietante. C’è anche una critica sottile al nostro rapporto con il cibo. Il latte di avena, con la sua etichetta che recita "No sugar… really?", mette in discussione la narrazione della società contemporanea, che demonizza lo zucchero e glorifica il concetto di “sano” e “vegano”, dimenticando che persino l’avena è zucchero, solo in un’altra forma. La mia opera si muove quindi su più livelli: da un lato, un dialogo con la tradizione artistica, dall’altro, una denuncia delle contraddizioni del nostro tempo. La natura, che abbiamo sempre creduto di poter manipolare e controllare, ci osserva. E questa volta, è lei ad avere l’ultima parola.