Lacerations
Cutting the canvas felt like
slicing through skin. A clean tear, raw and necessary. Not to destroy, but to
reveal. Every stitch is an act of survival, each thread a memory sewn into
flesh.
I have known fear, the kind
that silently penetrates and nests in the folds of the soul. Mending doesn’t
mean healing; it’s learning to live with the cracks. Repairing doesn’t restore
wholeness, but embraces imperfection as part of who I am.
The stitches on the canvas
don’t seek closure. They want to open. From those wounds, light escapes—faint,
but persistent. It’s what remains after fear. It’s the best of me.
The seams come undone
because fear never fully leaves. And so, they let themselves be crossed: they
become windows, openings. Look inside, and you’ll see pain not only mine, but
of a whole world that suffers in silence. I am only a dot—but also a point of
connection.
This canvas is flesh, is
story, is breath. It is the attempt to turn laceration into language, pain into
light.
Lacerazioni
Tagliare la tela è stato come aprire la pelle. Uno strappo netto, crudo,
necessario. Non per distruggere, ma per rivelare. Ogni filo che ricuce è gesto
di sopravvivenza, ogni punto è memoria cucita sul corpo.
Ho conosciuto la paura, quella che penetra silenziosa e si annida nelle
pieghe dell’anima. Rammendare non è guarire, è imparare a convivere con le
crepe. Riparare non significa tornare intera, ma accogliere l’imperfezione come
parte della mia forma.
Le cuciture che riemergono sulla tela non vogliono chiudere. Vogliono
aprirsi. Da quelle ferite esce una luce, tenue, ma persistente. È ciò che resta
dopo la paura. È il meglio di me.
Le cuciture si aprono perché la paura non va mai via. E allora si lasciano
attraversare: diventano finestre, spiragli. Guardando dentro si scorge il
dolore non solo mio, ma di un mondo intero che soffre in silenzio. Io sono solo
un puntino, ma anche un punto di connessione.
Questa tela è carne, è storia, è respiro. È il tentativo di trasformare la
lacerazione in linguaggio, il dolore in luce.