Ci sono volti che si conoscono da sempre. Volti che appartengono a qualcuno, eppure guardandoli a lungo diventano universali; un’infanzia qualunque, la tua, la mia. Questi quattro ritratti nascono da un gesto doppio e contradittorio: creare e cancellare, far apparire e lasciar scomparire. La pittura si accumula a strati, poi viene tolta, poi recuperata. Come la memoria lavora sui ricordi, come il tempo lavora sui ruoli. Un viso emerge dall’oblio e torna ad affacciarsi, incerto, riconoscibile e irriconoscibile insieme.
Il titolo conta più di quello che dice. Quattro bambini, tre sorelle, un fratello, due madri. Un’aritmetica che non torna, che obbliga a cercare le relazioni nascoste, a chiedersi chi diventa chi, dove finisce la figlia e dove comincia la madre. La maternità è una cancellazione? O è l’infanzia a essere eterna, un tempo che non si chiude mai del tutto, che riemerge, come il pigmento sulla tela, ogni volta quando meno te lo aspetti? Questi bambini non hanno un’identità certa. Hanno una presenza. Guardando da un punto impreciso nel tempo, ieri, oggi forse domani, e la domanda che portano con sé è sempre la stessa, semplice e impossibile: chi sei?