Sono nato nel 1975 a Como. Dopo essermi diplomato in chimica tessile nel 1996 presso il Setificio di Como, nel 1998, obbligato a dover fare il servizio militare, scelgo l'obiezione di coscienza. Vengo destinato al presidio psichiatrico di Como, dove per circa dieci mesi ho lavorato a stretto contatto con i malati. Ricordo il giorno in cui mi sono presentato. Un'antica struttura ospedaliera solitaria, posta su una collina, con prati incolti tutt'attorno, ospitava delle opere scultoree dei suoi "residenti". Nei prati erano sparse a differenti distanze porte e finestre di legno dipinte con bombolette spray con colori fluorescenti. Alcune erano spalancate, altre socchiuse, altre ancora chiuse. Entro in confidenza con alcuni degenti, ognuno con la propria peculiare malattia. Spesso lavoriamo assieme nella lavanderia dell'ospedale. Bruno vedeva i gatti ovunque, Mirzeta quando aveva caldo si spogliava nuda, Francesco di punto in bianco si metteva a camminare per ore ed ore, e non potevi fermarlo. Gianni invece, quando cominciava a "separarsi", lo comunicava vestendosi con colori sgargianti. Fu lui, durante un giorno buono di primavera, in sorprendente consapevolezza, a confidarmi che "la linea che divide è sottilissima".
Nel 1999, complice una persona a me vicina all'interno della struttura ospedaliera dove lavoravo, scappo anzitempo il termine del mio servizio per imbarcarmi su una barca vela che stava completando un giro del mondo. Ho quindi lavorato per circa un anno come marinaio. Partito da Durban in Sud Africa, ho raggiunto Cape Town, l'isola di Sant'Elena, Salvador de Bahia, per poi risalire all'arcipelago Fernando De Noronha, le isole Caraibiche e per poi rientrare in Inghilterra, passando per le isole Azzorre e l'Irlanda. I mio viaggio è terminato dopo aver veleggiato sul Tamigi ed ormeggiato al porto di St Katherine Dock, a pochi metri da Tower Bridge. Durante questo periodo, specialmente nelle lunghe traversate, scrivo e disegno senza sosta.
Il rientro a casa è traumatico. Una realtà contenuta, protettiva e gestibile come quella che può trasmettere una barca, si scontra con una differente realtà, fatta di doveri, competizione e tempi prestabiliti. Polarizzato, rimango immobile, senza scegliere nulla, per più di due anni. Si manifestano i primi episodi dissociativi e depressivi rimasti dormienti in chissà quale angolo del mio cervello. Negli anni successivi ho una vita dettata da sole due condizioni, da una parte il continuo dormire, dall'altra, nello stato di veglia, da "visioni" che cerco in tutti i modi di rappresentare per rimanere ancorato al mondo.
La mia psiche è messa a durissima prova, una prova che onestamente non ho mai superato e che mai supererò, ma che nei lunghi anni di sofferenza ho imparato a conoscere e a gestire.
Continuo a scrivere e a disegnare ma è la fotografia a irrompere nella mia vita. Nella macchina fotografica trovo lo strumento per mettere una distanza tra me e quel mondo esterno così violento ed invadente: la giusta distanza viene così stabilita da una lente di vetro e delle pellicole sensibili. Quel mondo tanto pericoloso viene finalmente confinato in un rettangolo. Si dice: a mali estremi, estremi rimedi. Ma continuare ad evitare la realtà (perché in fondo questo era il mio obiettivo), pensando che sia più gestibile facendola a pezzettini rettangolari, ha delle inevitabili conseguenze: è come cercare di completare un puzzle bianco. Puoi forse con gran fatica incastrare i pezzi, ma senza un significato sai che alla fine ci sarà solo l'ennesimo nulla.
Tra gli anni 2005 e 2014, per fortuita coincidenza, divento assistente fotografo di Maria Vittoria Backhaus e di Massimo Vitali. Da loro ho imparato la tecnica, la capacità di progettare un'immagine e l'etica del lavoro, ma soprattutto la capacità nel mettere a fuoco il proprio modo di vedere. Da Massimo in special modo ho ereditato l'utilizzo delle macchine fotografiche di grande formato, che ad oggi utilizzo per i miei lavori.
Per quanto mi riguarda il grande formato non è solo il formato migliore con cui posso guardare il mondo, è un modo di procedere che implica la gestione di un peso. A sua volta, gestire un peso, significa dover andare più lenti. Un tempo dilatato, rallentato, ridotto alle mie necessità è la condizione che mi permette di vedere senza venir invaso dal mondo che mi circonda.
É tra il 2008 e il 2009 che realizzo il primo progetto fotografico in grande formato e che definisce un netto cambio di rotta nel mio modo di esprimermi. Fotografo dei monitor LCD frantumati a martellate: do un significato alla mia frattura, sia psichica che artistica. Il titolo che decido di dargli è Jihad, ovvero, il massimo sforzo spirituale. Comincio ad approfondire svariati argomenti, dalla malattia mentale ai miti dell'antica Grecia, ma sono gli scritti di Gilles Clément relativi al paesaggio ad immergermi nel significato superiore di giardino, che io interpreto come il luogo dove i miei opposti riescono a convivere. Il giardino, come viene spiegato dall'anonimo scrittore del Sakuteiki (Annotazioni sulla composizione dei giardini giapponesi), è uno dei mezzi a disposizione dell'uomo per accedere al grande risveglio, ovvero alla conoscenza della realtà che sta oltre il sogno.
Il paesaggio/giardino, nei miei lavori, diventa una costante, sono le fondamenta necessarie al passaggio per arrivare a ciò che si potrebbe definire paradiso.
Seguono altri progetti fotografici (e innumerevoli esperimenti): a pochi km da casa (2011), ad astra (2013), annotazioni (2015), lichenes (2016), gli oceani ci osservano perfino da remote distanze (2017), fino agli ultimi lavori del 2020 circa, che sono quelli che presento al concorso e che in qualche modo rappresentano con maggiore fedeltà la mia necessità di esprimere il significato di coabitazione tra opposti.
Sono un artista visivo autodidatta. La mia pratica artistica si esprime attraverso una varietà di tecniche: disegno, scrittura, scultura e fotografia. Quest'ultima è quella che meno prediligo ma che a differenza delle altre mi porta all'immagine che più corrisponde alla mia visione. Ho un rapporto conflittuale con la fotografia perché, se da un lato mi permette una distanza, la stessa distanza non mi permette mai di arrivare ad annullarla. In questo contesto, la macchina fotografica, diventa l'ostacolo perfetto, una chimera che riproduce il reale ma che non mi permette di arrivare ad una verità oggettiva, e questo mi obbliga ad utilizzarla in modo non convenzionale.
Il mio processo artistico è lungo, tortuoso e complicato perché implica ogni volta una separazione da me stesso. Esploro costantemente la realtà conosciuta, dal mondo esterno che mi circonda raccolgo immagini che traduco in scritti, disegni, pezzi di oggetti smontati, collage. Una volta che questa realtà raggiunge la saturazione, c'è un periodo di attesa che riesco a spiegare solo come il passaggio da ciò che conosco a ciò che non conosco. Sonno e sogno sono strumenti indispensabili a consentire il passaggio al non conosciuto.
Separarmi da ciò che conosco comporta l'ingresso ad una nuova condizione, caratterizzata da violenti stati emotivi: paura, solitudine, impotenza, paralisi, che a loro volta possono generare allucinazioni. Sì, perché la paura, in base alla mia esperienza, è il più potente degli allucinogeni.
In questo nuovo mondo, privo di punti di riferimento, non posso più vedere solo attraverso gli occhi e la ragione. Osservo quindi impotente e senza possibilità di controllo, il dissolversi della realtà conosciuta.
Il mio lavoro si focalizza esclusivamente sul concetto di separazione, sull'unico istante che divide il prima dal dopo. In questo preciso punto si manifestano nella loro totalità le due forze opposte più potenti che io conosca: la paura di separarsi e l'inevitabile certezza che avverrà. In ogni separazione quindi coabitano ragione e follia, morte e vita.
Ciò che cerco di fare è espandere quell'istante per il tempo sufficiente ad avere un ricordo, prima che venga rielaborato, razionalizzato e riposizionato nel mondo del conosciuto. Nel mio caso, ricordare ha l'intrinseco significato di essere sopravvissuto.
I miei ricordi sono del tutto simili a quelli che si hanno la mattina dopo che ci si accorge che nel sonno si ha avuto un sogno.
Rimangono quindi immagini nitide, sfuocate, reali e irreali, alle volte sono solo luci ed ombre, altre volte sono poetici ed inquietanti paesaggi.
2020 Ragusa Foto Festival - Italia Desiderata - Ragusa Ibla (Rg), Steve Bisson.
2015 SEGREEN ART WORKPLACE, Segrate (Mi). Finalista premio internazionale d’arte contemporanea curata da Movimento di Resilienza Italiana, in cooperazione con Panza Collection.
2013 ANTROPICO NATURALE - the relationship between nature and architecture. Palazzo Lombardia, Milano. Claudio Composti, Veronica Iurich.
2012 A POCHI KM DA CASA mostra personale - Museo Civico di Treviglio (Bg), curata da Sara Fontana.
2010 Premio Città di Treviglio 2010: primo premio. Mostra collettiva al Museo ALT Alzano Lombardo (Bg) - Mostra e catalogo curato da Sara Fontana.
2005 - 2014 assistente per Maria Vittoria Backhaus
2007 - 2011 assistente per Massimo Vitali