Il mio percorso artistico prende avvio nel 1995 come street artist, per poi evolversi in una direzione fortemente interdisciplinare.
Negli anni ho attraversato i territori della performance, del teatro, della fotografia, della pittura, della scultura e dei new media, guidato da un approccio sempre sperimentale e profondamente personale.
Nel 2002 conseguo il Diploma Accademico presso l’Accademia Carrara di Belle Arti di Bergamo, formandomi con artisti come Stefano Arienti, Marco Cingolani, Alessandro Pessoli e Adrian Paci. Parallelamente, sotto la guida di Eduard Rozzo, approfondisco il linguaggio fotografico, esplorandolo fin dalle tecniche di camera oscura.
Proprio in quell’anno nasce il Plastic Photography Project (P.P. Project), un’indagine artistica sulla materia plastica come strumento visivo, simbolico ed espressivo. Da questo lavoro origina l’estetica ectoplastica, una visione poetica e concettuale della plastica, trasformata da oggetto industriale a veicolo di memoria, metamorfosi e spiritualità.
Nel 2005 avvio ECTOPLASTIC_TRIP, un progetto di lungo corso dedicato alla trasmutazione della materia, intesa come viaggio alchemico tra forma, tempo e percezione. Attraverso questo processo, la plastica si libera dalla sua dimensione funzionale e diventa sostanza viva, mutevole, in grado di evocare legami invisibili tra umano e inorganico, visibile e invisibile, memoria e assenza.
Nel mio progetto ECTOPLASTIC_TRIP, il tema della sostenibilità non si manifesta attraverso l’utilizzo di materiali di recupero, ma attraverso una riflessione radicale e poetica sull’ambiguità stessa della materia plastica.
Uso materia plastica vergine, scelta deliberatamente per la sua potenza formale, la sua lucentezza innaturale, la sua capacità di deformarsi, colare, fondersi in organismi nuovi. Ma proprio in questa scelta consapevole si apre una tensione: un conflitto tra attrazione e denuncia, tra estetica e critica.
L’arte, in questo contesto, diventa campo simbolico: non offre soluzioni, ma crea uno spazio dove l’osservatore è invitato a interrogarsi.
La plastica, così come la impiego, non viene mascherata né moralizzata. È mostrata in tutta la sua potenza seduttiva e disturbante. Fluttua, si espande, lascia tracce, invade l’immagine.
E nella fase dell’ALBEDO che rappresenta la massima espressione della mia produzione, in particolare, la materia si distacca dalla fotografia e si trasforma in sindone, diventa residuo sacro.
Qui il messaggio si fa più sottile: la sostenibilità non è solo una questione tecnica o ambientale, ma anche spirituale e culturale. È una sfida al nostro immaginario collettivo.
Questa è l’ectoplastica: una forma di sostenibilità speculativa, che non si accontenta della buona coscienza, ma che rilancia l’urgenza del problema in forma estetica, mitologica e critica.
La mia opera si nutre di errori calcolati, di sedimentazioni e dissoluzioni, in un costante equilibrio tra controllo e casualità.
Oggi, il mio lavoro si sviluppa anche in relazione con il mondo industriale, attraverso il progetto FULLPLASTIC, che mira a connettere arte e produzione contemporanea, esplorando nuovi territori visivi e narrativi con aziende del settore plastico.