Questo lavoro nasce dal mio corpo come luogo di passaggio e di eredità.
Il centrino di mia madre, oggetto domestico e silenzioso, entra nella figura come una seconda pelle: non è applicato, ma diventa movimento, traiettoria, spina dorsale del gesto.
Il corpo non è rappresentato come forma chiusa, ma come campo attraversato da una memoria che lo precede. Il disegno traccia un’azione sospesa, un equilibrio instabile, mentre il centrino – fragile, ripetitivo, paziente – scorre lungo la schiena e si apre nel bacino, trasformando il decoro in forza dinamica. Ciò che era statico diventa flusso, ciò che era cura invisibile diventa struttura.
In questo lavoro il gesto corporeo e il lavoro delle mani si sovrappongono: il fare del corpo dialoga con il fare di mia madre, in una continuità che non è imitazione ma trasformazione. Il centrino non decora il corpo, lo sostiene. È memoria che non pesa, ma orienta.
Il mio corpo diventa così un luogo di traduzione: tra generazioni, tra immobilità e movimento, tra intimità e spazio. Un corpo che porta, senza mostrarla del tutto, la trama di ciò che lo ha reso possibile.