Per la formazione dell'opera sono stati utilizzati materiali plastici da recupero/riciclo oppure dall'uso di film plastici (polietilene coestruso a 3 strati) termoformati con cannello a fiamma libera e phon ad altissima temperatura
Devid Biscontini, artista che sulla materia ha parecchie cose da dire e allo stesso tempo da sconfessare. Innanzitutto perché è esclusivamente con la materia che deve vedersela, nel caso - e sta qui l'altra sua “esclusività” – con il film plastico colorato (o polietilene) selezionato, elaborato e plasmato con cannello a fiamma libera e phon ad alta temperatura. La sua “tavolozza”, lo chiama.
In altre parole la pittura di Biscontini nasce da un'unica e totale accettazione del medium operativo. La plastica sembra rispondergli e corrispondergli per una sorta di affinità sensibile, di identificazione assoluta. Come dire: non avrai altro materiale al di fuori di me.
Da dichiarazione autografa, per dipingere, Biscontini non riesce nemmeno a ipotizzare l'uso di colori "veri". La sua pittura, con tutte le prerogative cromatiche, compositive e gestuali di cui ogni pittura dispone, scaturisce per procura del suo DNA artificiale. Nessuna intrusioni dall'esterno potrà prendere il sopravvento su quel materiale inorganico e sommamente industriale.
Una coerenza ostinata, certamente, tanto coraggiosa quanto solitaria. Ma Biscontini sa che fare arte è anche una scommessa di moralità. E non è poco.
Pittura, si è detto, ea tutti gli effetti. Chi guarda potrebbe non sapere, né accorgersi dell'anomalia della sua genesi, di quella diversità impercettibile e pur effettiva, reale, che ha richiesto una sperimentazione specifica, sicuramente lunga e complessa, obbligando l'artista a inusuali ritmi e modalità d'intervento, accelerando e dilatando i tempi della sua azione, da potenziale alchimista.
E a questo punto viene da chiedersi se quello che Biscontini ci sta proponendo non sia che una sorta di illusionistica "replica" di genere, una virtuosistica elaborazione mimetica che punti sul trompe - l'oeil e in esso esaurisca finalità e poetica. Insomma, una prova di abilità.
Si tratterebbe allora, per dirla con Platone, dell'imitazione di una imitazione, quando quest'ultima sia identificabile con l'arte stessa. Ma è proprio qui che Biscontini esercita la "sconfessione" di cui dicevo. Nel senso che ci fa capire che non esistono limiti, tabù e preclusioni all'arbitrio dell'artista: che decidere per un materiale o un altro è irrilevante, che si può fare arte con tutto. Paradossalmente demistifica quella stessa materia che fa l'essenza della sua pittura. E soprattutto ci chiarisce che se di trompe-l'oeil si sarà sospettato, di un falso trompe-l'oeil si tratta. Tanto può l'arte nelle sue infinite ambiguità.
La citazione del pittore "alchimista" non è gratuita, quando si pensa che il processo esecutivo di Biscontini non è altro che una trasformazione, una mutazione di stato del materiale assunto. A operare la metamorfosi generatrice di forma, e dunque di pittura, sarà solo la fiamma e il flusso di calore emesso dallo strumento che "sanno" fin dove possono spingersi e intervenire perché quella forma si manifesti come l'artista ha voluto. La minima incertezza e il minimo errore potrebbero compromettere irrimediabilmente l'esito, e sarà impossibile tornare indietro.
Biscontini sa di lavorare sul limite tra necessità e caso, che il rischio è nel conto, come nel conto c'è certamente la sfida.
E qualcuno deve avergli detto che in arte bisogna “soffrire”.
Il procedimento si svolge per stratificazione di film di diverso colore, una pellicola sull'altra in modo che la fiamma possa agire a livello "sottocutaneo", lacerando o fondendo tra loro i fogli sovrapposti. La plastica cauterizzata apre così buchi, fenditure e strappi scoprendo il colore sottostante; o si rapprende in magma minerale su una superficie che diventa "luogo" fenomenico di forte impatto visivo. La materia inerte e amorfa rivendica insomma energie segrete e impensabili, sceglie di esistere ed è decisa a sorprenderci.
Tanto sensuale vitalismo non può comunque permettere a Biscontini di riflettere e orientarsi su un percorso che porti allo stile, alla griffe , e lì in qualche modo concludersi. I debiti culturali, risaputi o inconsci, si fanno sentire. Tra astrattismo, espressionismo e spazialismo, l'artista sfiora solo quello che può contribuire a dare più intensità iconica al suo lavoro, il resto lo lascia alla storia dell'arte.
E chiaro che ci troviamo in un'area operativa decisamente istintuale e che l'artista dovrà fare qualche concessione al suo furore creativo, pena la messa in corto circuito delle sue stesse risorse.
Per ora è la fase per così dire “romantica” che sta attraversando, là dove anche gli eccessi hanno diritto d'asilo. A prevalere è la testarda determinazione a investire in primissima persona su una scelta, matura, solitaria e di complessa collocazione esegetica.
Di qui la libertà estrema che questa irresponsabilità rispetto al sistema arte gli permette. Ne deriva un'iconosfera dove sarà un'impresa riscontrare predilezioni di forma. Notiamo piuttosto una sorta di spericolata anarchia inventiva: profili nervosi e curvilinei che si richiudono su campiture di colore puro a forte contrasto cromatico, costellazioni di segni biomorfici, arabeschi e ghirigori in eccitata, orbitale evoluzione: ma anche improbabili e congestionate geometrie rettilinee che si attraggono ed esplodono in un intrico di diagonali incrociate. Tutto si esibisce al nostro sguardo come una provocazione, come uno shock retinico. La materia sembra non conoscere confini, prende la mano al pittore, irresistibilmente.
Biscontini dipinge e “gioca”, sapendo che il suo è il più bel gioco e il più serio che gli sia dato da sperimentare.
Perché non se ne potrà mai immaginare né realizzare la fine.